educazione, cinismo e psicodramma per principianti
sono in ufficio che cerco di capire non ricordo più che cosa. ho in mano i turni della settimana, la cassa da aggiornare e forse persino il portafoglino nero con la moneta. eugenio entra e mi dice giovanna ha rotto il vetro.
quando arrivo in camera c'è giovanna in mezzo ai vetri e all'acqua e agli assorbenti. proprio gli assorbenti. sembra un'opera post-moderna. un'installazione di cattelan.
giovanna si chiama samira, in realtà. viene dal marocco. ha deciso di chiamarsi giovanna ma non si capisce perchè. i fan della mediazione culturale (idealisti) sostengono che sia un rifiuto della sua identità etnica e blablablablablabla. vieni a parlarmi di identità etnica adesso, in mezzo a questo capolavoro artistico involontario. scarpe che calpestano vetri e assorbenti zeppi d'acqua. per fortuna non sono usati. acqua vetro assorbenti. acqua come fosse sangue. sangue trasparente.
i fan della psicologia-sempre-e-comunque (idealisti) sostengono che questa cosa di mettersi un altro nome sia un rifiuto della famiglia. un auto-battesimo per dare un nome a quell'io chiaramente deviato che blablablablabla. ma venite un attimo qua con le mie colleghe sul balcone che parlano con giovanna/samira. prendete in mano la scopa insieme a me e cominciate a spazzare vetri e lines seta ultra con le ali. portate anche un sacchettino perchè me lo sono dimenticato sotto.
i fan della psichiatria-sempre-e-comunque (idealisti) sostengono che sia un germe di schizofrenia che blablablablabla. ecco, magari venite anche voi. portate uno straccio. un secchio. magari il mocio.
eppure lì, in mezzo al casino, in mezzo a quella che ha tutta l'aria di essere il risultato dell'esplosione di un acquario di pesci nuvenia, ecco che io realizzo che non è male fare un lavoro così. nel momento esatto in cui scarto un portafoglio di jeans finito in mezzo alla strage. penso che niente possa essere più rassicurante di tornare alla realtà a fine turno, dopo essere stati nella stanza della rabbia esplosa. giovanna lancia frammenti di vetro dal balcone. io raccolgo il portafoglino di jeans e istintivamente lo apro per vedere cosa c'è dentro.
niente.
si può essere educatori in più modi.
principalmente puoi essere un idealista. pensi di poter essere utile a tutti. dici "poverino". dici "poverina". non dici mai "questa è solo una piccola troia e il suo futuro è succhiare cazzi". forse non lo pensi neanche.
se sei un educatore realista invece dici cose tipo "ma sì, imbottiamolo di farmaci finchè non dorme". oppure dici cose tipo "sarebbe tanto bello poterle spaccare le gambe con una spranga di ferro". diciamo che dai libero sfogo alle tue pulsioni.
non so cosa sia meglio. non so se l'idealismo sia una sufficiente arma contro la tensione lavorativa. non so se un eccesso di realismo possa effettivamente portare ad un cinismo fatalista senza attenzione all'etica professionale. senza deontologia.
non so neanche dove collocarmi nella lunga scala che va dall'idealista puro al realista cinico.
fatto sta che arrivo in comunità (nei verbali si scrive rigorosamente c.tà) con il sacchetto delle mele e degli zucchini. vorrei tanto fare un buon risotto. vorrei tanto scaldare un po' d'olio in una padella ampia e soffriggere lo scalogno per poi lasciar cadere gli zucchini preventivamente tagliati a dadini. lasciare tostare un po' il riso nell'olio caldo. aggiungere il brodo piano piano.
e invece roberto è lì con la cornetta stretta all'orecchio. dice "va bene, arriviamo" e mette giù. poi mi guarda ed io sto lì coi sacchetti in mano. mi dice "bisogna andare a prendere le due stronze a scuola. si sono chiuse in bagno e mandano affanculo tutti...". roberto è uno realista. io non so se sono realista o meno ma il mio primo pensiero è quello di prendere un'ascia e sfondare la porta del loro bagno. prendere a testate queste due zoccole e poi legarle al letto per il resto della giornata andando di tanto in tanto a controllare che siano sveglie e, nel caso non lo fossero, svegliarle a ceffoni. forse per certi versi sono anche io un idealista.
un deficiente.
roberto dice che lui è uno di quelli che se si fermano si sparano.
se smettono di pedalare si sparano.
se smettono di fumare una sigaretta dopo l'altra si sparano.
se tra un tiro di sigaretta e una pedalata non hanno un qualche ruolo da ricoprire si sparano.
non penso sia iperattività. credo sia un tentativo continuo di non suicidarsi.
sarebbe il nostro responsabile clinico.
noi facciamo le riunioni con i servizi sociali e presentiamo questo povero cristo come il responsabile clinico dell'area minori. non è che proprio lo presentiamo noi. è lui che si presenta.
immaginate di essere un assistente sociale. uno psicologo delle ASL. un neuropsichiatra infantile. qualcuno di quelli lì. vi svegliate al mattino e prendete il caffè e magari vi scappa il ruttino come a tutti quanti gli esseri umani di questo mondo. in fondo non è che siete dei semi-dei solo perchè lavorate per le ASL o per i servizi sociali. anzi.
fatto sta che arrivate in un ufficio scassato di una comunità in cui dovete inserire questo minore che avete in carico come assistente sociale. o come psicologo. come neuropsichiatra. infantile. ci siamo capiti.
seduto dietro al tavolo vi trovate questo nano panzutello quasi pelato. pochi capelli bianchicci. denti gialli. espressione da psicofarmaco mal digerito. e pensate che sia l'utente di una struttura per malati di mente. pensate sia il residuo manicomiale di qualche casa di cura. osservate la polo marrone in tinta con il pantalone marrone, con i sandali marroni che lasciano intravedere i piedi dalle unghie beige. forse ha scelto il marrone come colore solo per assecondare la sua dentatura e le sue unghie. sentite anche l'olezzo del suo sudore e pensate che sia sudore da stress. e in parte lo è. anche se poi lui dice che suda perchè va in bici. state per chiedervi quando arriverà l'infermiera a portarlo via. o magari è autonomo e se ne va da solo. l'importante è che se ne vada, insomma. ma lui si alza e vi porge la mano e vi dice "piacere, sono il responsabile clinico dell'area minori della cooperativa...". e mentre voi pensate che sia uno di quei folli mitomani che amano recitare ruoli fittizi per tenere insieme il loro io disgregato vi accorgerete però che vicino a quest'uomo di marron vestito ci sarà uno di noi. un educatore. o la coordinatrice in persona. e sul volto avremo un'espressione che esprime insieme cordoglio e assenso. in poche parole stiamo cercando di comunicarvi che ci dispiace ma è così. quel tizio sudaticcio scappato da un circo di storpi è effettivamente il responsabile clinico dell'area minori. e, ripeto, noi non possiamo fare altro che provare dispiacere.
la chiameremo semplicemente dottoressa D. perchè qua non si fanno nomi. tutto quello che leggete è lievemente diverso da quello che è nella realtà. ci mancherebbe altro.
e fu così che oggi la dottoressa D., che sarebbe quella che conduce lo psychodrama, ci ha detto che nella sua stanza, nelle sue due ore, non conta la realtà. conta solo la nostra realtà.
bisogna tener conto che stiamo parlando del fatto che qualcuno doveva montare delle plafoniere che aveva portato la madre di enrico. la madre si è incazzata perchè ormai sono passati due mesi.
solo che il coordinatore pesa più di cento chili e dice "io non ci salgo sulla scala". e roberto non ha mai tempo. e le colleghe dicono "è un lavoro da uomo". vabbè ma mica io sono elettricista. "sì ma mica devi essere elettricista, basta mettere due cavetti lì".
lì?
la dottoressa D. dice che qualcuno deve fare la madre incazzata.
qualcuno deve fare enrico.
qualcuno deve fare la gente che non ha voglia di salire sulla scala.
qualcuno deve anche fare le plafoniere chiuse nell'armadio.
qualcuno deve fare le domande retoriche.
e la dottoressa D. ripete il concetto.
"voi non dovete rappresentare la realtà. dovete rappresentare la vostra realtà".
e io penso che non sia possibile.
siamo io e roberto. da soli in comunità. i ragazzi sono in campeggio con gli altri colleghi e noi pitturiamo la cucina di un verde salvia che abbiamo scelto noi. beviamo birra moretti in bicchieri di plastica gialla. lui rolla sigarette di tabacco non OGM. lui dà una boccata e beve un sorso. ha dei sacchetti legati ai piedi per non sporcarsi. è a torso nudo. dice "certo che l'educatore è proprio un lavoro da sfigati". e questo la dottoressa D. non lo saprà mai.
chi sarò mai io per giudicare?
fatto sta che arriva questo tizio in comunità, che nei verbali è rigorosamente scritto c.tà, ed è chiaramente gay. il tizio, dico. e ci dice "se volete un mobile dovete andarlo a ritirare in via frejus numero tal dei tali" e io corro a portare nino dalla psicologa in megaritardo e poi arriviamo in questa via frejus al numero sopraindicato solo che non so dove suonare e allora compro il gelato a nino così se ne sta buono che quello quando non mangia rompe il cazzo a mille e gli dico stattene qua nel portone e mangia piano, riesco a farmi chiamare dalla c.tà e a farmi dire il cazzo di cognome e citofono, trovo questo cazzone della mia coop che per caricare due mobili di due metri circa ha portato il fiorino che tanto valeva che portasse la cinquecento che ci divertivamo di più.
arriviamo in c.tà e ci hanno regalato un televisore enorme che non sappiamo dove mettere. solo il telecomando è grande quanto una playstation.
è arrivato il banco alimentare e ci hanno mandato cartoni interi pieni di panetti di burro.
siamo condannati ad una vita fatta di mobili enormi, televisori inutilizzabili e panetti di burro.
se ne sta lì con quell'aria da stronzo diciassettenne che gli si addice proprio e ti fa incazzare anche se poi pensi che non ha nessuno. ma proprio nessuno. e ti dice "gli altri si sono mangiati tutto l'uovo che mi ha regalato il mio prof di matematica". e ti dice "guarda come sto bene" e ha le scarpe belle. belle per lui. in realtà a me fanno cacare. ha anche la giacca bianca. gli dico che è come quella di tony manero ma lui non sa chi è tony manero. poi entra in sala musica e canta le canzoni di nek a tutto volume.
ET sta per educativa territoriale. che sarebbe quando sei tu ad andare a trovare i minori in giro, a casa loro, a scuola. non sei l'educatore di comunità che se li ritrova nella struttura e così via. e io ci lavoravo nella ET, che era anche un po' telefono casa o Einaudi Tascabili. e maurizio era diventato un po' il coordinatore di questa ET, maurizio lo vedevo al parco con i ragazzini, era famoso per tutti, maurizio. mi aveva anche telefonato lui quando c'era bisogno di andare a lavorare in comunità, mi fa ci sarebbe un posto libero, te la senti di andare a fare i turni lì? e gli avevo detto sì sì, figurati...
e quando arrivo in comunità rolando, il mio nuovo collega, mi fa ma tu conosci il passato politico di maurizio? e io rispondo beh, sì, sindacato, forse NO TAV... e lui ride, mi dice di mettere nome e cognome di maurizio in un motore di ricerca su internet e poi ne riparliamo domani...
maurizio è nella lista dei fondatori delle Squadre Proletarie.
maurizio figura tra i leader piemontesi della lotta armata.
maurizio si è fatto la galera negli anni ottanta per via di questo vizio della P38.
maurizio era presente quando avevano gambizzato una ginecologa.
quando avevano sparato in testa ad un ingegnere della FIAT.
io ho il numero di cellulare di un ex brigatista.
ho preso il caffè con un ex brigatista.
un ex brigatista mi ha trovato un lavoro.
ecco perchè aveva sempre quell'estetica fine anni settanta. gli dev'essere rimasta addosso, adesivata poco prima dell'arresto e poi quasi tatuata sul suo corpo.
maurizio viene a prendere gianni in comunità tutti i venerdì. gianni aspetta alla finestra. dice maurizio mi porta in bici al parco ruffini.
e per un attimo mi sembra di vedermi la scena di maurizio più giovane di venticinque anni che lega la ginecologa al termosifone e la compagna che spara al ginocchio della dottoressa.
gianni aspetta alla finestra contento. maurizio entra in comunità e mi stringe la mano. e in quel momento penso che non me ne frega un cazzo.
parte tutto così, che siamo lì e ci sentiamo una squadra, anche se luca è già sparito a prendersi un caffè non so dove. siamo sotto il portone della psychologa che dovrà fare questa supervisione dinamica ed io mi sento un po' un coglione a pensare ma dinamica in che senso?
quando entriamo e ci sediamo a cerchio io mi alzo e dico sono diego , ho trent'anni e sono un alcolista. luca ride e mi accorgo che si è portato la brioche dal bar dentro un sacchettino. ma non è il caso di mettersi a ridere troppo, coglione, siamo qui perchè siamo l'equipe educativa di una comunità per minori con problemi di vario tipo. vario tipo è un'espressione volutamente vaga.
la nostra psycologa dice che lei è una psicodrammatista e le piacerebbe condurre le nostre sedute come psicodrammi. luca chiede cos'è uno psicodramma? sempre figure di merda.
uno psicodramma è una forma terapeutica in cui vengono messe in scena determinate esperienze emotivamente forti. possono venire rappresentati anche sogni. forse persino situazioni che uno vorrebbe vivere. la cosa particolare è la possibilità di rivivere determinati episodi cambiandosi di ruolo. nel senso: se tu sei stato abusato puoi abusare (nei limiti della rappresentazione scenica). se tu sei stato picchiato puoi picchiare (nei cazzo limiti della rappresentazione scenica). se tu sei stato insultato puoi insultare (nei limiti della decenza).
si possono rappresentare persone e oggetti, sensazioni e istituzioni.
adesso sono svariati gli educatori in cerchio. francesca è mario, il ragazzino che scappa sempre. michele è il progetto educativo. armida è l'etica professionale, simona è la parte paterna dell'equipe. enrico è la parte materna. vorrei partecipare anch'io. vorrei essere la fobia di dario. vorrei essere l'aggressività di deborah. vorrei essere la schizofrenia di edo. vorrei essere la pelle squamata di eugenio.
invece sono quello che sono. un povero coglione. e ascolto i nofx.